ESCLUSIVA - Dumitru: "La mia gestione poteva essere diversa. Il ricordo più bello? La vittoria contro il Palermo"

Quando parliamo di calcio e calciatori, alle volte bisogna provare ad accantonare tabellini, dati statistici, curriculum. Questi parametri valutativi di un professionista sono sicuramente quelli più immediati, più facilmente riscontrabili e forse, per certe cose, anche i più giusti. Non sempre però si può valutare ed esprimere giudizi sulla base di una serie di numeri, la cui freddezza ed immediatezza non consente di conoscere l’umanità che è dentro la persona, perché gli atleti questo sono. Umanità che Nicolao Dumitru, attaccante classe ’91 con un passato nel Napoli, non ha mai perso. Intervenuto in esclusiva ai microfoni di NapolIPress, sono diversi i punti toccati con il ragazzo.

Cominciamo parlando dell’Alcorcón. Dopo essere cresciuto in Italia ed aver successivamente assaggiato il calcio greco e inglese, adesso stai trovando discreta continuità in Spagna. Come procede l’adattamento ad una realtà totalmente nuova?

L’adattamento procede molto bene. Ho avuto la fortuna di trovare un gruppo che mi ha accolto molto bene. Non ho avuto una preparazione fisica perfetta, quindi soprattutto all’inizio facevo molta fatica atleticamente, però adesso va sempre meglio e sono molto carico per raggiungere al più presto la condizione ideale”.

La tua storia calcistica è singolare, perché sei uno dei pochissimi calciatori che negli ultimi dieci anni è passato dal settore giovanile (seppur dell’Empoli) alla prima squadra del Napoli. Il punto più alto quando era ancora troppo presto.

Hai colto molto bene il punto. Ci penso spesso, sono arrivato a Napoli a 19 anni non ancora compiuti, ed è stato un balzo enorme, perché saltare da una realtà familiare con l’Empoli ad un mondo completamente diverso come Napoli non è facile. Dal punto di vista fisico e tecnico credo di essermi fatto trovare pronto, ma sotto l’aspetto della maturità e della gestione delle pressioni assolutamente no. Penso di non essere stato gestito in maniera ottimale, nonostante ognuno debba chiaramente adottarsi al contesto nel quale si trova. Caratterialmente non ero ponto ad un palcoscenico del genere, e devo dire che questo è stato un trauma non indifferente”.

Non si può dare per scontato che un ragazzo poco più che maggiorenne regga il peso di certe pressioni insite in questo mondo. Credi  quindi che la tua gestione potesse essere diversa, dato che spesso venivi gettato nella mischia in partite da recuperare e quindi con carico emotivo sopra la media?

Bigon mi voleva subito a Napoli, e per agire in una certa maniera significa che era consapevole che in un certo contesto potessi starci. Con l’Empoli si discusse per aspettare una stagione, però approdai subito in azzurro così da farmi abituare alla nuova realtà e valutare le mie qualità. Probabilmente la gestione poteva essere diversa, ma con questo non voglio dare colpa a nessuno. Il balzo è stato enorme, penso di avere avuto tutto e subito, perché dopo l’infortunio di Lucarelli a fine settembre del 2010 ero molto spesso gettato nella mischia, stavo assaggiando il calcio vero. Arriva poi gennaio e mi viene chiusa ogni porta: passo dall’allenarmi ogni giorno con i campioni della prima squadra a scendere alle volte in Primavera, dove l’allenamento si svolgeva in un campo di patate. Ne parlavo anche con il mio agente, quella gestione mi è sembrata quasi folle, perché dare certe responsabilità ad un giovane, per poi rimuovere tutto dopo cinque mesi, non mi sembra il modo corretto di far crescere un uomo prima e calciatore poi. Bisogna però andare avanti, e tutto ciò mi ha sicuramente fatto crescere”.

Risposta secca: la partita più emozionante con il Napoli alla quale hai preso parte.

Dico quella contro il Palermo vinta per 1 a 0 con gol di Maggio allo scadere. Giocai una buona porzione di secondo tempo, con Mazzarri che mi buttò dentro a seguito dell’infortunio di Lavezzi dicendomi di divertirmi, e quella fu la mia miglior prestazione. Era una partita con tanta tensione nell’aria, poi finita nel migliore dei modi grazie alla rete di Christian. Mi ricordo la sensazione di sentirmi pronto, di fare delle giocate importanti”.

Quanto è stato difficile per te convivere con la mancanza di stabilità praticamente dal 2010, dato che solo con il Cittadella hai giocato 12 mesi consecutivi? Non deve essere piacevole per un uomo prima che un professionista ragionare anno per anno che la consapevolezza che magari dopo pochi mesi dovrai lasciare il posto dove attualmente si vive e lavora.

Ero molto giovane, venivo da un’annata passata accanto a molti campioni e nella quale la squadra raggiunse la Champions League. Mi ritrovo poi a cambiare squadra praticamente ogni stagione, ma le responsabilità sono mie in primis, perché magari con un carattere diverso avrei gestito meglio alcune situazioni. Sono un ragazzo molto sensibile, certi momenti non sono stati facili vuoi per una gestione che come dicevo prima poteva essere diversa, vuoi appunto per una mia questione caratteriale, e non sono riuscito a portare i risultati che mi aspettavo e che chi ha creduto in me si aspettava. Sai, ho visto tanti calciatori di talento che a causa di una gestione non appropriata non sono riusciti a dimostrare il loro reale valore. Il passato è però passato, è difficile dire per quanto mi riguarda cosa sia stato sbagliato e cosa sia stato giusto, però sono sicuro che, dato il mio carattere, essere gestito in quella maniera non è stato facile”.

Ad un certo punto, nel 2014, decidi di lasciare l’Italia per la Grecia, e ritroverai il nostro Paese solo per un’esperienza con il Latina. L’estero ti ha dato qualcosa di diverso?

Mi sta dando tanto, perché dentro mi sento un po’ nomade, nel senso che la mia facilità di adattarmi ad altri Paesi, ad altre lingue, mi ha sempre spinto a provare qualcosa di diverso. Vivere in altre nazioni e vedere come queste vivono il calcio mi ha sempre suscitato grande curiosità. La Grecia è arrivata grazie a Rafa Benitez, che conosceva il direttore sportivo del Veria: è bastata una chiamata ed ho subito accettato, perché l’idea mi piaceva. Dopo c’è stato il Latina e poi un’occasione importantissima come il Nottingham Forest, il cui direttore sportivo mi chiamò dicendomi di volermi fortemente. È stata un’esperienza di vita e calcistica straordinaria, perché tutto il Regno Unito è da considerare calcisticamente anni luce avanti, per come vedono e gestiscono le emozioni connesse a questo sport. A stagione in corso cambia però l’allenatore, lo stesso DS va via, e tutto va un po’ a rotoli, dato che era un prestito secco ed il club non aveva interesse a valorizzarmi. Lo step successivo è la rescissione con il Napoli, a seguito della quale arriva l’Alcorcón, società  molto umile e molto organizzata, con un tecnico ed un direttore che mi conoscono. Il calcio qui è tecnicamente molto valido, mentre tatticamente si può ancora migliorare. Sono contento che abbiano creduto in me, soprattutto per avermi supportato nei primi tempi dove avevo qualche acciacco fisico, adesso punterò a ringraziarli dimostrando il mio valore in campo”.

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